DIGITAL DELIVERY? NO, GRAZIE.

Inutile ammasso di paccottiglia o inestimabile pezzo da collezione? Dipende dai punti di vista.

Progresso e tecnologia sono inevitabilmente legati tra loro, uno non sussisterebbe senza l’altra. Nel corso di un processo innovativo entrambe devono essere sfruttate al meglio, senza perdere di vista l’obbiettivo finale. Per quel che concerne l’industria videoludica, inutile negarlo, tale processo sembra indirizzato verso il contenuto scaricabile. Xbox Live di Microsoft, il servizio Wii Ware della grande N e, ovviamente, il PlayStation Network, stanno indubbiamente gettando le basi per un grande e in un certo senso inedito inizio.
Che si tratti di un gioco completo o di una parte di esso, quello che è certo che in questo modo si abbatterebbero i costi di sviluppo, nessuna  distribuzione e nessun confezionamento del prodotto, in favore di una comodità ineguagliabile e di un prezzo minore.

Soffermandoci esclusivamente su quest’ultimo aspetto (anche se il sottoscritto è pronto a scommettere che i giochi continueremo in futuro a pagarli come oggi, se non di più) è impossibile non attendere con ansia l’utilizzo del Digital Delivery come unica modalità di distribuzione del medium videoludico. Analizzando però la questione sotto un’altra ottica, ci si rende conto che un futuro del genere potrebbe causare attacchi di panico e isteria collettiva nel piccolo e colorato universo dei videogiocatori.
Immaginatevi fra cinque anni con la vostra fiammante PlayStation 5, con una bella Xbox 720 o con la nuovissima Nintendo Reppolution e i loro hard disk da “millemilla” giga (non vorrete mica correre il rischio di non avere spazio per immagazzinare l’ultimo capitolo della vostra saga preferita vero?), ma con il mobile adibito all’esposizione dei giochi, di solito posizionati rigorosamente in ordine alfabetico, tristemente vuoto. Già, perché con il digital delivery la prima grande perdita sarebbe proprio la confezione di plastica o più in generale il supporto fisico dell’ultimo titolo acquistato.
Quando esce un nuovo videogioco, il videogiocatore si mette in moto e porta a compimento un piccolo rito, carico di significato e poesia. Si lo so, parliamo di semplici videogiochi, ma sapete nonostante la mia veneranda età (parliamo di 30 anni vissuti nelle scarpe) continuo, stupidamente, ad ostinarmi a cercare la poesia nella merce. Il giorno dell’uscita di un titolo particolarmente atteso, si diceva, il videogiocatore esce di casa il prima possibile, compra il videogioco a lungo atteso per poi scartarlo, ammirarlo in rigoroso silenzio e correre di nuovo a casa per provarlo in evidente stato di eccitazione.

Riuscirete a rinunciare a quei bellissimi mobili ingolfati di scatoline preziose, custodie varie e plastiche variopinte?

Un’altra enorme perdita, per la gioia delle case produttrici, potrebbe concretizzarsi poi nella scomparsa del mercato dell’usato. Accedendo al negozio virtuale di turno è possibile comperare, per una trentina di euro, un bel gioco per la propria console ma, con gli stessi quattrini, basta avere un po’ di voglia e frugare attentamente fra gli scaffali di qualche negozietto, si può trovare lo stesso titolo, magari a prezzo inferiore, dotato però di scatolo, libretto a colori e di quello strano contenitore di plastica atto a custodire diverse ore all’insegna del sollazzo.
Provate per un attimo a pensare anche alla fine che farebbero i vostri soldi investiti nel classico e triste acquisto sbagliato: nessuno potrebbe ritirare il vostro “pacco” e voi vi trovereste nella spiacevole situazione di aver buttato più di sessanta euro alle ortiche.
Anche le limited edition, comunemente definite edizioni per collezionisti, andrebbero a sparire in questo futuro dominato dalla banda larga e dai dischi rigidi di dimensioni apocalittiche. Molti, magari, ritengono queste versioni inutili, un modo per rubare soldi a poveri iidioti, ma sareste davvero disposti a interrompere brutalmente la collezione che vi ha dato, fino ad oggi, tante soddisfazioni? Queste scatole dall’indubbio gusto estetico non sono sempre dei contenitori per statuette ignobili, dipinte magari da un cieco, o per di feticci inguardabili, ma a volte riescono anche nel difficile intento di rallegrare qualche momento triste della propria esistenza. Dopo una dura giornata al lavoro o sui banchi di scuola, tornare a casa ed ammirare il proprio mobile pieno di statuette, dischi bonus e libretti variopinti, può, infatti, farci tornare il buonumore.

La strana figura del collezionista poi, per intenderci quello che spende una marea di euro per portare a casa cimeli del passato ed edizioni introvabili, rischierebbe un tracollo emotivo di proporzioni bibliche.  Dinnanzi alla possibilità di comperare un Halo a caso in edizione limitata con statua allegata e un’altra manciata di cosine “inutili” o uno in versione liscia, finanze permettendo, quale scegliereste? Ora provate a porvi la domanda: spenderei i miei sudati risparmi per compare esclusivamente un file del peso di 5 giga ma dalla consistenza effimera?
Non so voi, ma a volte mi capita di acquistare qualcosa dai “negozi virtuali”, tipo un Limbo, ma la sensazione che pervade il mio animo è quella di non aver fatto praticamente niente. Ho speso il mio denaro, ma per il mio cervello, forse bacato (togliamo il forse) o forse intrappolato in un’epoca lontana, in mano non mi ritrovo nulla.

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3 pensieri su “DIGITAL DELIVERY? NO, GRAZIE.”

  1. A person, typically an adolescent, who spends a good part of the day at the mall, mostly window-shopping or hanging out at the cafeteria

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